Sesso violento sulla neve
La neve scendeva lenta ballando un suo ritmo col vento debole di quella sera. Anche io ero un
fiocco di neve portato dal vento e stavo ballando al mio ritmo nella calda e accogliente sala del
piccolo rifugio di montagna. Era tutto cosi’ assurdo, cosi’ già visto, pensato, scritto da parere una
parodia. Lei, Lui e l’amante stretti in un abbraccio sensuale e totalitario, assorbente, fagocitante e io ero l’amante. Una parodia che pero’ era vera, più vera dello stesso cazzo che stava penetrandomi
metodico, ritmato, assoluto e che tra poco mi avrebbe travolto suscitando in me il solito e
inevitabile orgasmo pieno. E lui lo sapeva. Io dicevo che qualunque penetrazione e’violenza,
intrusione, lui mi rispondeva che era amore per la profondità corporea, entrare in un essere umano
per le uniche vie consentite ad un corpo di entrare in un altro. Era vero, ora lo sentivo bene nella
mia profondità di donna, lo sentivo entrare, muoversi, cercarmi, cercare il mio profondo come io
cercavo il suo rovesciato, perforante intimamente, ma quasi una figa solida che compenetrava la
mia. Oppure, la mia rosa era un cazzo interno, rovesciato come un guanto, fatto donna, femmina.
Che categorie assurde. In quel Momento Giovanna era partita sotto l’assalto della mia lingua, un
orgasmo lento, preparato, esploso nella mia bocca, chi eravamo in quel momento? Maschio?
Femmina? Creature godenti il nettare degli Dei? Giovanna non cera più era out in un mondo tutto
suo dove solo lo spazio centripeto si coagulava in lei. Nel suo orgasmo nemmeno più urlante perché
lo impediva. Io sarei morta e risorta come ero già morta e risorta altre volte, mille volte, un milione
di volte, un miliardo di molte con tutte le donne del mio DNA sino ad Eva. Lui sapeva farmi
godere. Io ero nata lesbica, cosi credevo. Vergine sino a 25 anni, non deflorata nemmeno da una
donna, mentre io ne avevo sverginato tre, compresa Giovanna, ma nessuno lo sapeva, noi donne
sappiamo mentire. Si, mentiamo, mentiamo nell’orgasmo simulato, nel piacere non avuto,
nell’amore non dato, nella mercificazione del corpo che ci faciam pagare mentre dovremmo pagare
noi quando l’orgasmo pieno ti prende. Siamo la Bugia in persona, siamo Bugia dentro. Giovanna.
Aveva mentito per mesi e io lo sapevo. Non godeva, non riusciva. Almeno del tutto. Alto poi piatto,
discendente veloce il suo misero piacere. Ricordo la notte che pianse. Si, pianse di gioia nella mia
bocca sporca di lei. Aveva urlato, come impaurita. Si era contratta, scossa da onde carmiche in
tutto il corpo. Il suo primo orgasmo pieno, assoluto. Io ero ancora vergine, non di orgasmi, pero.
Amavo masturbarla, masturbarmi per ore, farmi masturbare con una tecnica che ti portava li per
venire ma lo impedivi sadica. Poi, il maremoto, l’eruzione non più impedita sotto la sua calda
lingua. Che godute all’università. L’arrivo di lui. Orlando. Ci aveva smascherato una sera in
birreria. Aveva detto semplicemente: - Voi siete amanti.- Era già il marito di Giovanna, il trio si
ricongiungeva. Giovanna, rossa come un pomodoro, singhiozzava, io lo guardavo incazzata: - E
allora? - Lui sorrise strano, mi aveva già’ fatto la corte in passato. - Tu dormi a casa nostra, questa
sera.- - Per Giovanna.- - Per Noi.- Fu una notte di parole, accuse, recriminazioni, amore. Orlando ed
io amavamo Giovanna con la stessa intensità. Ma quella notte nessuno tocco nessuno. Un mese
dopo non ero più vergine. Mi innamorai anche di Orlando. Quando me ne accorsi ero smarrita,
incredula, eppure lo desideravo, faceva parte ormai dei mie sogni con Giovanna: io, Giovanna e lui.
Accadde una sera, tre giorni dopo. Mi telefono’ a casa:- Giovanna e’ in crisi, ti vuole.- Mi
precipitai. No ricordo come accadde, ma dormimmo in tre quella notte. Orlando uso la lingua su di
me, era bravo. Ci misi un poco poi fui travolta inaspettatamente, non mi aspettavo orgasmi. Fui io a
piangere nella bocca di Giovanna. Ora sono un fiocco di neve che si scioglie tra i due, felice.
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