Così tante volte avevo sognato di lui, che quando incontrai i miei sogni nella realtà stentai a capacitarmi che stesse succedendo davvero, che non ero ancora semplicemente addormentata.
Quella sensazione di ritrovarmi a camminare sospesa su di una linea di confine fra sogno e realtà, guardando dall’alto l’epico scenario in cui i miei sogni si fondevano con la mia vita, mi avvolse per tutto il tempo, in ogni secondo della nostra interminabile notte.
Ancora adesso, se mi annuso la pelle cercando di ritrovare il suo profumo, e lo sento arrivare come onde che risalgono dal cuore alla mente, mi ritrovo a chiedermi se sia accaduto davvero, se non sia come tutte le volte che avevo avvertito la sua presenza e il suo odore, come fantasmi che si materializzavano dai miei stessi sogni.
Accadde tutto all’improvviso, come di solito accade ciò che porta con se il carattere dell’ineluttabile, eppure sono certa che se avessi potuto guardare la scena da fuori, ci avrei visti muovere come in una pellicola al rallentatore, in cui si ha il tempo di notare ogni singolo particolare, ed anche quelli più insignificanti ti si attaccano come colla nella mente.
Ero seduta alla piccola scrivania e fissavo distrattamente la luce del tramonto che divorava il grigiore di Piazza Duomo.
Mi rallegrava che il sole avesse deciso di farsi vedere proprio a quell’ora, dopo una giornata umida di nubi e d’estenuante pioggerellina, e mi godevo lo spettacolo del colore che vince sulla sua assenza. Soprattutto mi godevo quella sottile euforia che sentivo pervadermi a piccole ondate, spazzando l’apatia che spesso mi avvolge nelle giornate d’autunno.
Anche quell’anonima stanza di hotel, così inondata di luce a pagliuzze dorate, mi appariva più bella e più viva.
Sarebbe presto arrivata la sera, e sarà che sono un po’ un animale notturno, ma il giornaliero evento riesce sempre a regalarmi un momento di leggera e purissima gioia.
Stavo ancora pensando al lavoro, ne’ più ne’ meno che il motivo per cui mi trovavo lì.
Lo stesso motivo per cui c’era anche lui, a poche porte di distanza in quel corridoio ammantato di moquette azzurrina.
L’incontro della mattina era andato piuttosto bene, avevamo ottime probabilità di spuntarla.
Si trattava solo di attendere quella telefonata, per sapere se si sarebbe fissato l’incontro decisivo, la mattina successiva.
Se l’esito fosse stato negativo, via di corsa a prendere il treno, forse saremmo riusciti a rientrare per l’ora di cena.
Sapevo che su quell’ipotetico taxi in corsa verso la Stazione Centrale, di certo mi sarei sentita arrabbiata e delusa.
Ma delusa per cosa? O meglio, più delusa per cosa?
Ormai erano passati i tempi in cui faticavo ad ammettere anche a me stessa il mio desiderio per lui, ero dunque consapevole che il lavoro non sarebbe stato l’unica fonte di delusione.
Passare una serata con lui, noi due da soli, questo era ciò che volevo ardentemente, guardando il crepuscolo scolorare il cielo fuori dalla finestra.
Potevo permettermi di volerlo, tanto ero convinta che non sarebbe successo nulla.
La mia morale sarebbe rimasta illesa, nessun senso di colpa per un semplice desiderio senza nessun seguito.
Avremmo parlato di lavoro, brindato a quell’importante successo, e ai nostri amori e reciproci amici. Lei aspetta un bambino e io sono felice per loro. Dico davvero.
Ma mai una volta prima di allora mi ero ritrovata da sola con lui.
Doveva andare così, il mio desiderio lo esigeva gridando a gran voce dentro di me.
Bussò alla porta con forza, chiamandomi per nome.
Andai ad aprire con una scarpa in mano, mentre cercavo di infilare in un ottuso passante una stringhetta slacciata.
- E’ fatta! Domani, ore dieci e trenta, il capo supremo ci vuole vedere. E’ fatta, andata, capito?! -
Non l’avevo mai visto così, era solito mantenere sempre un certo contegno quando parlava di lavoro. Certo, quello era un affare importante, doveva esserlo davvero per lui, più che per me.
- Fatti abbracciare, sei stata grande! E’ stato tutto merito tuo, li hai stregati! -
Provai a dire che non la vedevo proprio così, mentre già mi teneva fra le braccia, sollevata da terra, e camminava con me lì appesa verso l’interno della stanza.
Certo che ero felice, e quello fu un bell’abbraccio, forte, allegro, da amici.
Poi tirai su la testa dalla sua spalla sorridendo con un po’ d’imbarazzo.
Fu una follia inattesa quella che ci fece ritrovare l’uno affondato nella bocca dell’altra, in quel bacio che pareva avere atteso dalla notte dei tempi per arrivare ad esistere.
Non c’era tempo per pensare, ne’ possibilità di tornare indietro, eppure non potevo resistere oltre, lì stretta fra le sue braccia come nei sogni, non era previsto e io sentivo di non poterlo sopportare.
Girai il viso e mi allontanai da lui, spingendo con le mani sulle sue spalle.
- Forse siamo un po’ troppo euforici. Vado a cambiarmi e usciamo a mangiare qualcosa. E’ il caso di festeggiare sei d’accordo? -
Riuscii a dirlo pur senza trovare il contatto fra le parole e la mia mente.
- Lo sai che il lavoro e l’euforia non c’entrano niente. -
- Una notte ho sognato una situazione del genere. Poi tu mi dicevi che avresti voluto regalarmi una guêpière, che mi sarebbe stata divinamente….Si, proprio una guêpière, puoi immaginartelo?! Mi dicesti che avrei dovuto indossarla per te e, per quanto nell’emozione del sogno io desiderassi ardentemente farlo, continuavo incessantemente a pensare che era assurdo che proprio ora, che stai
per diventare papà, tu mi dicessi quelle cose. Non riuscivo a smettere di pensare a questo -
- Poi però quella guêpière non l’hai indossata. -
- E’ stato perchè mi sono svegliata. -
- Ti pare completamente folle tutto questo? -
- No. Solo un sogno. Mi sembra solo un altro sogno. -
- E continuerai a sognare? -
Lo disse passandomi il dorso della mano sul viso, come si fa quando si accarezza la testa degli animali.
Ero sospesa fra i miei sogni e la vita, e non sapevo che cosa sarebbe successo se fossi caduta di sotto.
Un’onda immensa che s’infrange su un paesaggio sereno, così era il panorama della mia mente.
Chiusi gli occhi perchè ormai non c’era più altro da fare, e lo lasciai percorrermi la schiena coi polpastrelli, dalla nuca fino ad arrivare sui fianchi, dove sentii le sue mani dischiudersi fin dentro alla pelle.
Erano proprio come nel sogno, come in un miliardo di sogni.
Le sue mani che mi tiravano a se, e forse fu allora che mi baciò, così profondamente da raggiungermi l’anima, tanto da farmi accorgere che esiste l’anima.
Ma se quel bacio fu prima, mentre ancora mi stava percorrendo, non lo seppi mai, intenta com’ero a guardare quei sogni che m’inghiottivano la vita, e a gustare il sapore di quell’anima rivelata.
Di certo so che quel bacio durò all’infinito, mentre scivolavamo come acqua sul pavimento, mentre mi toglieva il vestito, mentre cercavo la sua pelle sotto alla camicia di lino, la stessa che aveva indossato altre sere, insieme a lei, una mia amica.
Con lo stesso bacio raggiunse il mio seno, il ventre, le cosce, i miei punti segreti che da allora non lo sono più, per lui.
Con lo stesso bacio sentii il suo sapore, senza potermi convincere che fosse la prima volta, da quanto mi era intimo e familiare.
Prendemmo a leccarci e a succhiarci avidamente, eppure così teneramente da ricordare il gesto degli animali mammiferi con i loro cuccioli. Mai come allora mi apparve più reale, la mia natura d’animale e mammifero, ed in quel sesso con lui sentii viva la forza di millenni di sesso, di desiderio e piacere, di passione bruciante e d’istinto di procreazione, come se a leccarmi e a scoparmi in quel momento fosse l’umanità intera. Sarà questo l’istinto ancestrale?
Scopare su un pavimento perchè sai che se aspetti di raggiungere il letto poi potresti fuggire, scopare in un bosco, nell’acqua, su un prato. Da migliaia di anni.
E poi il gusto amaro e sublime del peccato che si mischia al piacere, il sapore acre dell’ingiusto e dell’illegittimo, nell’ansia palpitante dell’amore rubato.
Questo sapore sarà per sempre nella mia mente il sapore di lui.
Lui che in una lettera che non leggerà mai, ho chiamato ‘la mia cioccolata rubata’.
Lui che mentre insieme raggiungevamo il piacere più alto, mi chiamò amore e mi disse:
- Da quanti secoli volevo questo! -
Si staccò da me piano, dopo avermi baciato gli occhi e le guance, e scivolò accanto a me, lasciandomi lo spazio per guardare un lembo di soffitto colpito dalla luce bianca dei lampioni, nel buio che era arrivato incurante di noi e delle nostre colpe.
Lo potrei disegnare preciso anche adesso, quel cavolo di soffitto dove stavano scritte le mie paure e le ansie, e il sentimento di angoscia per aver trasgredito ad una delle mie regole più importanti: avevo preso l’amore di un’altra. E quel che era peggio era che me lo sarei ripresa anche subito, in
quello stesso momento!
La sua voce irruppe come una lama sfavillante nella mia testa:
- Non voglio pensare a niente, solo alla tua pelle e a quanto sei bella. Come avrei potuto io non volerti? Erano anni e davvero non potevo aspettare più. -
- Stai pensando eccome, e cerchi pretesti. Io non voglio pensare, ti prego, non farmi pensare. E’ come una notte al di fuori del tempo, ma domani mattina finirà. E potremo pensare. -
- Si, una notte… Ho fame, mangiamo qualcosa? -
Ordinammo la cena in camera, un sacco di roba, frutta e champagne. Come se ci fosse stato qualcosa da festeggiare!
La strategia per non pensare era quella di concentrarci solo sull’oggetto di quegli ansiosi pensieri: la nostra assurda, illegittima, immotivata passione.
Unica concessione al nostro imbarazzo: la presenza del cameriere, che ci aiutò a disporre la cena. Se ci penso ora mi appare buffo, ma fu l’unico testimone di quella colpevole notte.
Mentre lui lo accompagnava alla porta e si affaccendava con mancia e saluti, misi in modalità silenziosa i nostri telefoni, non glielo dissi mai, ma una strategia ha pur bisogno di essere predisposta!
Dopo di questo la adoperammo egregiamente.
La cena era stata disposta sul piccolo tavolo di cristallo. Mangiammo seduti l’uno di fronte all’altra, con quasi nulla addosso, guardandoci negli occhi e guardando nel vuoto.
Non parlammo del più e del meno, non ci saremmo riusciti.
Presi a mangiare con le mani e lui fece altrettanto. Gli sorridevo felice che non riuscisse a staccarmi gli occhi di dosso. Immersi una fragola profumata nel calice e la estrassi umida di bollicine che leccai ad una ad una guardandolo negli occhi. Sapevo cosa stava per dirmi.
- Ti voglio ancora. Da impazzire. Da morirne. -
Andai a sedermi sulle sue gambe, mi baciò e mi versò sul seno quel che rimaneva della nostra bottiglia di champagne. Il liquido fresco mi arrivò fino in mezzo alle gambe e lui mi leccò ancora, e di più della prima volta.
Facemmo l’amore tutta la notte, su quella seggiola, nel letto morbido, sotto la doccia.
Ci addormentammo stremati e avvinghiati.
La nostra ultima volta fu la mattina dopo.
Mi stavo truccando appoggiata al mobile del bagno, di fronte allo specchio. Ero nuda poichè lo ero stata tutta la notte, ed indossavo solo gli stivali col tacco alto, perchè non avevo trovato nient’altro da mettermi ai piedi e il pavimento era freddo. Ma non dubito che la scena potesse sembrare apparecchiata allo scopo!
Si sporse dalla porta del bagno mentre ancora lo credevo addormentato, con una tazza di caffè fumante in mano.
- Ti vesti sempre così di prima mattina? -
Potessi descrivere che cosa mi suscita quel suo sorriso!
Appoggiò la tazza vicino al lavabo e mi prese da dietro, cingendomi la vita con un braccio, mentre con l’altra mano mi premeva la schiena come ad immobilizzarmi. Potevamo guardarci allo specchio mentre lo facevamo e forse per questo, la ricordo come la volta più eccitante di tutte. La volta più eccitante di tutte quelle che abbiamo scopato, di tutte quelle che abbiamo fatto l’amore. Le uniche.
Per molti giorni a seguire gli scrissi lettere e lettere che non avrebbe mai letto.
Una cominciava così: “Da quanto tempo ti appoggi così dolcemente sui miei pensieri?
Succede sempre così: qualsiasi cosa io stia facendo, guardando, o pensando, tu ti insinui piano, arrivi leggero da chissà quale meandro della mia mente e ti accomodi, come se fossi sempre stato lì. Sei una presenza discreta, che mi consente di far finta di nulla, però lo so che ci sei. E quando mi sento particolarmente forte e sicura, o semplicemente ho voglia di farlo, mi concedo di ammetterlo, che ti sto pensando…”
Se questo è Amore
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