È l’ultima che vi racconto prima dell’estate, poi ci rivedremo in autunno.
Brando va al sole di Sicilia.
Non vi parlerò né di fiche, né d’amici strani, vi parlerò di un libro che ha cambiato la mia vita.
C’è soltanto una strada, debbo dire; la continuazione di quella in cui abitavo.
Dietro di noi la ferrovia, il cavalcavia, la massicciata, e di là la stradina che tagliava i campi e arrivava al passaggio a livello, sempre chiuso.
Guardo la rete dei binari, gli scali dei merci, i tender, i capannoni arrugginiti e fissando quel mucchio di strane sostanze in movimento avviene un processo di metamorfosi, proprio come nei sogni.
Mi rendo conto che questo è il vecchio sogno che ho già fatto tante volte.
Ho una gran paura di svegliarmi, ed anzi so che mi sveglierò tra breve, proprio quando nel bel mezzo di un grande spazio aperto sto per entrare in casa.
Lo spazio mi rotola addosso come un tappeto.
Non c’è assolutamente trapasso alcuno tra questo, il più gradevole dei sogni che io conosca, e il nocciolo del libro “L’evoluzione creativa” di Henry Bergson, libro cui giunsi naturalmente, come al sogno della terra oltre il confine, io sono di nuovo solo, di nuovo estraneo, di nuovo uomo d’età indefinita che sta sul ponte di ferro ad osservare una singolare metamorfosi interna ed esterna.
Se questo libro non mi fosse capitato in mano in quel preciso momento sarei sicuramente divenuto matto.
Venne in un momento in cui un altro grande mondo mi si sgretolava tra le mani. Se non avessi mai capito nulla di quanto stava scritto, se avessi conservato solo il ricordo di una parola, creativa, basterebbe. Quella parola fu il mio talismano. Con quella ero capace di sfidare il mondo intero, e specialmente i miei amici.
Ci sono casi in cui bisogna romperla con i propri amici per comprendere il significato dell’amicizia. Può parer strano dirlo, ma la scoperta di questo libro equivalse alla scoperta di un’arma, d’un ordigno col quale potevo potare tutti gli amici che mi circondavano e che non significavano nulla per me.
Questo libro divenne mio amico perché m’insegnò che non avevo bisogno d’amici. Mi dette il coraggio di star solo, e mi permise di apprezzare la solitudine.
Non ho mai capito il libro; a volte credetti d’essere sul punto di capirlo, ma non lo capii mai davvero.
Era più importante per me non capirlo.
Con questo libro in mano, leggendolo ad alta voce ai miei amici interrogandoli, spiegandoglielo giunsi ad intendere con chiarezza che non avevo amici, che ero solo al mondo. Perché nel non comprendere il significato della parole, né io né i miei amici, una cosa divenne chiarissima, e cioè che ci sono diversi modi di non comprendere e che la differenza tra il non comprendere di un individuo e il non comprendere di un altro creava un mondo di terraferma più solido perfino della differenza di comprensione. Tutto quel che prima avevo creduto di aver capito crollava, ed io restavo un tabula rasa. I miei amici, d’altro canto, si trinceravano anche più solidamente nella piccola fossa della comprensione, che si erano scavata apposta. Morivano tranquillamente nel loro piccolo letto di comprensione, per diventare utili cittadini nel mondo. Mi facevano pena, ed in breve li abbandonai uno per uno, senza minimo rammarico.
Quando adesso penso a quel libro e al modo in cui l’affrontai, mi viene in mente l’uomo che percorre il rito dell’iniziazione. Il disorientamento ed il riorientamente che viene grazie all’iniziazione al mistero è la più meravigliosa esperienza possibile.
Tutto quel che il cervello ha faticato una vita intera ad assimilare, categorizzare e sintetizzare bisogna sfasciarlo e ordinarlo. Giorno di trasloco per l’anima! E naturalmente non un giorno, ma settimane e mesi dura. Incontri un amico per strada, per caso, uno che non vedi da diverse settimane, e ti è diventato assolutamente estraneo. Gli fai segno dalla cima del trespolo, e se lui non ti capisce lo congedi, per sempre. È come rastrellare un campo di battaglia, nuovi trionfi o sconfitte. Ma avanti!
Avevo fatto pace con il disordine, che penetrandomi a fondo mi aveva dato un senso d’ordine così meraviglioso che se ad un tratto una cometa avesse urtato il mondo spingendo ogni cosa fuori sesto, buttando ogni cosa caposotto, rovesciando ogni cosa, io mi sarei orientato in un batter d’occhio nel nuovo mondo. Non ho illusioni sul disordine, come non ne ho sulla morte. Il labirinto è il mio ideale e felice terreno di caccia e più mi addentro nell’intrico e più mi sento orientato.
Per tornare a casa passo sopra il ponte e percorro una specie di sopraelevata. Guardo ogni cosa che mi succede attorno come uno spettatore di una altro pianeta. La mia lingua, il mio mondo, l’ho sotto braccio. Sono il custode di un grande segreto; se aprissi bocca ingorgherei il traffico.
Quel che riporto a casa ogni sera nel viaggio da e per l’ufficio è dinamite assoluta.
Ancora qualche anno, mi dico, e poi questa gente sarà spazzata via per sempre.
È notte calda di quasi estate. Vado all’appuntamento con una fica stratosferica. Questa volta ho lasciato il libro a casa. Fica cerco ora e non penso per nulla al libro.
Sono terrorizzato dalla metamorfosi avvenuta. Cosa è successo a me per mollare tutto e finire qui in questo quartiere a cercare una fica indonesiana? Il quartiere dove crebbi ragazzo, che ora è abitato da extracomunitari. Guardo le loro donne e accidenti mi accorgo che sono quasi più belle delle nostre. Hanno più vita dentro. Supponiamo che la scopi e poi? Cosa ho da dire ad una ragazza così? Cos’è una chiavata quando ciò che cerco è l’amore?
Sì all’improvviso m’investe come un ciclone….Una ragazza che amavo, la ragazza che abitava qui nel quartiere, una con i grandi occhi azzurri ed i capelli di lino, una che mi faceva tremare solo a guardarla, una che avevo paura solo a baciarla e persino a toccarle la mano.
Mi prende la disperazione.
Dove l’ho lasciata andare? Perché? Cosa è successo? Quando è successo?
Lei mi amava, mi amava disperatamente.
Ora mi ricordo come mi guardò l’ultima volta che c’incontrammo.
Io le dissi addio perché avevo grandi sogni.
In realtà non avevo intenzione di fare una vita nuova. Ma la storia che avevo preparato mi sortì dalle labbra come un narcotico così naturalmente che ci credetti anch’io, e così dissi addio e me andai, e lei rimase li a guardarmi ed io sentivo i suoi occhi penetrami, ma come un’automa continuavo a camminare, alla fine voltai l’angolo e fu finito. Addio!
Così come in coma. Ed io invece volevo dire: vieni a me! Vieni a me perché non so vivere senza di te!
Il fiore indonesiano questa calda sera non sboccerà per me.
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